
C’è un momento, nella vita di una comunità, in cui i fatti smettono di essere episodi e diventano sintomi. L’omicidio del capotreno a Bologna non è solo un crimine efferato. È una crepa che si allarga lungo tutto il perimetro dello Stato, dal territorio alle aule giudiziarie, fino ai palazzi della politica.
La sicurezza non è una percezione da sondaggio. È una condizione concreta che nasce da tre elementi inseparabili: prevenzione, repressione, certezza della pena. Quando uno di questi viene meno, gli altri diventano ombre cinesi, visibili ma inefficaci. Oggi, in Italia, è la certezza della pena a mancare l’appuntamento con la realtà.
Non si tratta di invocare pene più dure come riflesso emotivo. Il deterrente non nasce dalla severità astratta, ma dalla prevedibilità della conseguenza. Un sistema che impiega anni per giudicare, che alterna misure cautelari incoerenti e archiviazioni seriali, che trasmette l’idea di una giustizia casuale, non dissuade. Abitua. E l’abitudine all’impunità è il fertilizzante più potente del crimine.
In questo scenario, le forze di polizia vengono relegate a un ruolo ingrato e pericoloso: esecutori senza autorevolezza. Fermano, identificano, arrestano. Poi assistono al dissolversi del loro lavoro tra cavilli, tempi morti, rimpalli di responsabilità. Il risultato è una delegittimazione silenziosa ma costante. Una polizia giudiziaria che invecchia, carente di organici, esposta al giudizio politico e mediatico, diventa il parafulmine di un sistema che non ha il coraggio di riformarsi.
La politica, dal canto suo, ha smarrito la funzione più alta: rappresentare tutti. Sindaci, ministri, presidente del Consiglio parlano sempre più spesso a segmenti, a platee selezionate, trasformando la sicurezza in una bandiera identitaria. Ma lo Stato non può permettersi di essere di parte quando amministra la legge. Quando la sicurezza diventa slogan, l’autorità diventa fragile.
Il confronto europeo è impietoso. Francia e Germania non sono meno garantiste dell’Italia. Sono più coerenti. La risposta dello Stato è rapida, leggibile, prevedibile. La polizia è autorevole perché sa di non essere lasciata sola. La magistratura è efficiente perché inserita in una filiera corta, dove il tempo non è un alleato del reato. Nei Paesi nordici, spesso citati a sproposito, la mitezza delle pene convive con una certezza assoluta della loro esecuzione e con una tolleranza minima verso la recidiva violenta. La fiducia sociale regge perché lo Stato interviene subito quando viene tradita.
L’anomalia italiana non è giuridica, è culturale e organizzativa. Qui la polizia ferma, la magistratura valuta in isolamento, la politica commenta, il cittadino osserva. E mentre lo Stato discute, il territorio si svuota di regole reali e si riempie di paure informali.
Il rischio più grave è sotto gli occhi di tutti e pochi hanno il coraggio di nominarlo: la tentazione della giustizia privata. Non nasce da pulsioni autoritarie, ma dalla sfiducia. Quando denunciare sembra inutile e la protezione appare aleatoria, la legalità smette di essere un valore condiviso e diventa un lusso morale. È così che iniziano i periodi bui, non con i colpi di Stato, ma con le piccole rinunce quotidiane alla legge.
Criticare questo sistema non significa essere contro la magistratura, né contro le forze dell’ordine. Significa chiedere che ogni istituzione torni a rispondere del proprio ruolo, senza nascondersi dietro l’inefficienza altrui. La sicurezza non è di destra né di sinistra. È il terreno minimo su cui una società decide se restare civile o scivolare in una convivenza armata di diffidenza.
Lo Stato italiano ha ancora il tempo di ricucire il filo. Ma deve farlo con riforme serie, tempi certi, ruoli chiari e una difesa pubblica, non episodica, delle proprie istituzioni. Perché quando lo Stato arretra, qualcuno avanza sempre. E non è mai chi porta ordine.
Giovanni Morgese e Giorgio Cavazzoli Vice Segretari della Democrazia Cristiana in Emilia Romagna
—-a cura del Coordinamento nazionale ed interregionale della comunicazione della Democrazia Cristiana—-

